La notte più lunga che ci sia…

Lo scorso 13 dicembre ricorreva la commemorazione di Santa Lucia, il cui culto è diffuso in Italia e in Europa ed alla quale in alcune località è affidata la consegna dei doni ai bambini. Nella tradizione popolare, si usa dire che la notte di Santa Lucia è la notte più lunga che ci sia.

Questa saggezza popolare non si dimostra però particolarmente fondata: la notte più lunga di tutte è quella del solstizio invernale, tra il 20 ed il 21 dicembre. Il 13 dicembre ha una diversa particolarità: è il giorno in cui il sole tramonta prima. A Persiceto lo scorso mercoledì il tramonto era alle 16:30, mentre il 21 dicembre tramonterà alle 16:31, ma tarderà più di un minuto al suo sorgere la mattina successiva, rendendo quindi massima la durata della notte. Questo dipende dal fatto che le date dei solstizi non coincidono con le date del transito del nostro pianeta all’afelio (punto dell’orbita in cui la Terra è più vicina al Sole) e perielio (punto più lontano).

Il proverbio tradizionale non sembra tuttavia legato a queste particolarità astronomiche, quanto piuttosto al modo di misurare il tempo in vigore fin dai tempi dei Romani. Quando nel 325 d.C. il Consiglio di Nicea stabilì, tra le altre cose, le date delle ricorrenze liturgiche, alla celebrazione della nascita di Cristo si assegnò la data del 25 dicembre. Questo per far coincidere la festività con il momento in cui il Sole a mezzogiorno ricomincia a crescere sull’orizzonte, pochi giorni dopo il solstizio invernale. Quando fu fissata questa data, il calendario in uso era quello Giuliano, elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria e promulgato da Giulio Cesare (da cui prende il nome), nella sua qualità di Pontefice Massimo, nell’anno 46 a.C. [wikipedia].

Il calendario Giuliano rimase in uso per quasi due millenni, fino al pontificato di Gregorio XIII (1572-1585). La sua sincronizzazione con il ciclo delle stagioni e degli eventi astronomici legati al Sole non era però perfetta: ogni anno venivano introdotti 11 minuti di errore. Dopo 1627 anni (1582+45) la desincronizzazione rispetto agli equinozi ammontava a circa 10 giorni (quasi 13, facendo i conti, ma l’adozione del calendario Giuliano fu travagliata e si compirono diversi errori nei primi secoli). Per far coincidere nuovamente la data dell’equinozio usata per il calcolo della Pasqua con l’equinozio “vero”, papa Gregorio introdusse quindi un nuovo metodo di computo degli anni molto più preciso del precedente (errore di un giorno ogni tremila anni contro errore di un giorno ogni 128 anni) e decretò che il giorno dopo il giovedì 4 ottobre 1582 fosse il venerdì 15 ottobre 1582. I calcoli usati per determinare la lunghezza dell’anno tropico (il tempo impiegato dal Sole per tornare nella stessa posizione vista dalla Terra) si basarono sulle misurazione compiute dall’astronomo Niccolò Copernico, pubblicate nel 1543. Da allora, con alterne vicende, il calendario Gregoriano fu adottato in tutti i paesi nella sfera di influenza della chiesa Cattolica e in seguito negli stati luterani, calvinisti ed anglicani. [wikipedia]

Al cambio di calendario sono legate alcune curiosità. Teresa d’Avila, santa della Chiesa Cattolica, morì nella notte tra il 4 ottobre ed il 15 ottobre 1582. Senza sapere del cambio del calendario si penserebbe ad una terribile agonia durata 10 giorni. Più di recente, complice il fatto che la Chiesa Ortodossa russa continua per tradizione ad utilizzare il calendario Giuliano, la Rivoluzione d’Ottobre che spodestò il governo provvisorio di Aleksandr Fedorovic Kerenskij a favore del Soviet guidato da Vladimir Lenin e Lev Trockij avvenne in realtà il 6 novembre 1917. [wikipedia]

La notte di Santa Lucia non può dunque vantare oggi il primato della lunghezza, ma è caratterizzata comunque da un evento astronomico peculiare: la pioggia di meteore detta delle Geminidi. A differenza degli altri sciami meteorici quello delle Geminidi è infatti originato da un asteroide (3200 Phaeton) invece che, come succede abitualmente, da una cometa.

in copertina Festa di santa Lucia a Napoli (1874) di Oswald Achenbach

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