L’antica Ora Italiana e i suoi vantaggi

Giovanni Paltrinieri – 29 ottobre 2019

La Misura del Tempo nel corso degli ultimi due millenni – in Italia – ha avuto due fondamentali regole.

La prima si ebbe sotto i Romani e nei territori del Medio Oriente: il giorno iniziava nell’istante dell’alba e si concludeva al tramonto, diviso in 12 ore. Di conseguenza al mezzodì corrispondeva l’ora sesta, unico punto di riferimento immutabile nel corso dell’anno, quando il Sole si trovava alla sua massima altezza sull’orizzonte per quel giorno, ed era in perfetta direzione Sud. Le ore del giorno non avevano di conseguenza uguale durata col passare dei mesi: ampie in estate, e brevi in inverno: per questo erano dette ore ineguali. La situazione intermedia si aveva nelle due date equinoziali (primo giorno di Primavera e primo d’Autunno), quando la durata del giorno era identica a quella della notte.

Verso il Due-Trecento nella nostra penisola si fece strada un sistema orario del tutto singolare ed unico: esso prendeva come riferimento-base l’istante del tramonto del Sole, battendo per esso le ore 24. Il quel momento si concludeva l’intera giornata per iniziarne una nuova, che comprendeva il seguente arco notturno ed il successivo diurno, per concludersi di nuovo al tramonto. Erano dette ore italiane, in quanto usate essenzialmente nella nostra penisola, in Boemia, e in parte anche in Polonia. Questo sistema si mantenne in Italia sino alla fine del Seicento, allorquando si operò una leggera modifica: il momento del tramonto si fece corrispondere alle ore 23:30, per concludere il giorno dopo mezzora – alle 24:00, con il termine naturale del crepuscolo. Siccome in quell’istante per antica tradizione si batteva con la campana l’Ave Maria, tale sistema venne detto delle ore italiane da campanile, che si concluse alla fine del Settecento con l’introduzione delle ore francesi, le quali sono in fondo quelle attuali.


Orologi solari posti sulla parete sud-ovest della Torre Campanaria di San Giovanni in Persiceto. L’orologio a sinistra è a ore italiane (da campanile), mentre quello a destra è a ore francesi.

Per quanto riguarda le ore italiane, la regola imponeva che gli Orologi Solari avessero una particolare tracciatura oraria; per quanto riguarda gli Orologi Meccanici, si doveva quotidianamente operare un aggiustamento di circa un minuto in più o in meno, seguendo i dettami di una Tabella opportunamente calcolata per quella Latitudine: la medesima indicava l’Ora e il Minuto che doveva segnare un Orologio di qualsiasi tipo fosse, nell’istante in cui avveniva il Mezzodì Vero Locale. A questo proposito, quando era possibile si tracciava al suolo o in parete una Linea Meridiana capace di riportare l’Ora Italiana del Mezzodì, ed il gioco risultava alquanto semplice ed accurato.

Un simile sistema orario sembra oggi alquanto complicato per non dire illogico, e tale lo era considerato anche per gli stranieri che in passato venivano in Italia. Se però confrontiamo con attenzione i pro e i contro della cosa, quel sistema che durò cinque secoli aveva in fondo alcuni indubbi vantaggi. Il più evidente era che, conoscendo l’Ora Italiana e sottratta dalle 24:00, si ricavava immediatamente quanto tempo mancava al tramonto, e di conseguenza ci si poteva predisporre a concludere i lavori giornalieri dentro e fuori casa, prima che calassero le tenebre. La cosa non è di poco conto, se pensiamo che sino a tempi relativamente recenti la luce solare era l’unico modo per illuminare ogni evento umano: le candele erano strumenti troppo costosi, e di conseguenza ci si doveva accontentare del fuoco del camino, ma anche in questo caso senza approfittarne troppo perchè la legna costava.

Nel 1796 Napoleone Bonaparte entra trionfante in Bologna: dopo qualche mese, il nuovo Governo cittadino tra le tante ordinanze che emana, vi inserisce anche quella di sostituire l’Ora Italiana con quella Francese (detta anche Oltramontana, in quanto da sempre usata dalla popolazioni site al di là delle Alpi). Similmente avviene in quegli anni a Milano occupata dagli Austriaci, e in breve tempo l’intera penisola si adegua al moderno stile ben presente in tutti gli altri Stati europei.

Prima dell’ordinanza francese di Bologna, in diverse regioni era già iniziato il processo trasformazione oraria, e dunque l’evento non fu poi del tutto traumatico. Nella città petroniana una prima avvisaglia del sistema di misura alla Francese, si ebbe nel 1758, quando il Primicerio di San Petronio – Mons. F. Zambeccari – donò alla Basilica un Orologio meccanico molto speciale commissionato all’eccellente orologiaio Domenico Maria Fornasini, da collocarsi attiguamente alla Linea Meridiana realizzata da Gian Domenico Cassini. Questo strumento, ancora oggi esistente e marciante, costituisce uno dei primi esempi in Italia di Orologio ad Equazione. Esso infatti è dotato di un particolare meccanismo munito di camma, in grado di indicare simultaneamente sia il Tempo Medio (di durata costante), sia il Tempo Vero, cioè Solare (di durata variabile nel corso dell’anno). L’intero strumento si compone di due identiche macchine affiancate, mosse entrambe da un solo pendolo, indicanti rispettivamente l’una l’Ora Italiana, e l’altra l’Ora Francese.

Ma non tutti approvano questa trasformazione oraria: sono diversi quegli scienziati e uomini di cultura che confrontano il vecchio sistema orario con il nuovo, ribadendo in molti casi la validità e la comodità dell’antico, pubblicando diversi articoli a questo proposito. Fra di essi, riportiamo i più significativi:

  • Nel 1757 Domenico Troili pubblica in Modena un Ragionamento dell’Oriuolo Oltramontano.
  • Nel 1783 Giulio Cesare Cordara stampa in Alessandria un Discorso de’ vantaggi sull’Orologio Italiano sopra l’Oltramontano.
  • Nel 1787 Antonio Cagnoli pubblica a Venezia l’uso Dei due Orologi Italiano e Francese.
  • Nel 1805 Mons.Filippo Luigi Gilii stampa a Roma la Memoria sul Regolamento dell’Orologio Italiano con la Meridiana.

Per ultimo, Francesco Cancellieri (Roma 1751 – ivi 1826) nel 1806 pubblica a Roma il volume Le due nuove campane del Campidoglio, benedette dalla Santità di N. S. PIO VII P. O. M. Questo libro, una miniera di informazioni per quanto riguarda la storia e i riferimenti bibliografici dell’Orologeria e della Misura del Tempo, contiene in due sole paginette il capitolo XII dal titolo: Se sia preferibile l’Orologio Oltramontano all’Italiano? In esso si esalta l’Ora Italiana e la comodità che essa offre, essendo essa collegata con il tramonto. Dal medesimo si trattano alcune interessanti osservazioni che, adattate al moderno linguaggio, sono così espresse. L’Orologio Italiano è certamente il più facile da capirsi, per la maggior parte degli uomini il più usuale, più comodo, e più necessario. Il momento del tramonto del Sole è il più sensibile a tutto il genere umano, punto di divisione tra Luce e Tenebre, che chiama gli uomini dalla fatica al riposo; intima a tutti il ritiro nelle proprie abitazioni, ed impone a tutta la Terra un profondo silenzio.
L’Orologio Italiano è necessario a tutti i viandanti, i quali vogliono proseguire il loro percorso fin che ci si vede, ed arrivare alla città prima che chiudano le porte. Ancor più importante è ai religiosi, i quali debbono essere di ritorno al convento prima della notte. Anche per gli artigiani è importante, in quanto non possono lavorare al lume della Luna e tanto meno a quello della candela. Molto di più ai Soldati, che prima di notte si devono trovare al Quartiere, e più di tutti agli Uomini di Campagna i quali possono lavorare soltanto fin che il Sole è sopra l’orizzonte. E ancora: le stesse spedizioni militari devono per forza regolarsi con l’Orologio Italiano: quel Generale che intende dar battaglia, dovrà pur sapere quanto gli resta del giorno per poterla ultimare. Giosuè – come ci ricorda la Bibbia – si trovò nella necessità di comandare al Sole di fermarsi per 12 ore, consentendogli di vedere in quella giornata campale la disfatta dei suoi nemici.

Il menzionato Cancellieri così conclude questo capitolo:

Per riassumere: come tutte le azioni della vita debbono avere come riferimento finale la morte, così tutte le operazioni del giorno hanno come riferimento finale la notte. Come dunque sarebbe preziosissimo l’Orologio Vitale che ci avvisi delle ore 23 oppure 24 della vita per informarci costantemente quanto ci rimane per giungere alla morte, così caro dobbiamo tenere il nostro Orologio Italiano che ci viene avvisando a tutte le ore, quanto propriamente ci resta per arrivare alla notte, in quanto:

L’Oriuol migliore,
E’ quel, che ci ricorda l’ultim’Ore.

E per terminare le presenti righe con un pensiero che si collega all’Ora Italiana e allo scoccare delle ore 24 che si rapportano al concludersi del giorno e della vita, riportiamo quanto asserisce il francescano Giuseppe Maria Figatelli a conclusione della sua opera stampata a Forlì nel 1667 “RETTA LINEA GNOMONICA”:

Passano gli Anni, i Mesi, i Giorni, e l’Hore;
La Morte si presenta à un passo strano:
Batte a la porta, e non ti giova il dire,
Vatti con Dio, che non ti voglio aprire.

Mà mentre caminiamo nel buro, & oscurità della vita presente, procuri ogn’uno, che dentro il suo cuore (quasi per picciol forame) entri un sol raggio di lume Celeste: accioché à guisa di perfetto Indice Horologico moderando, & aggiustando li motti disordinati, e le passioni humane, d’hora in hora ci faccia vivere secondo le prescritte linee della Divina legge: e per consequenza dell’infinita misericordia del Signore al battere delle 24 hore, otteniamo un perpetuo ottimo Occaso. Amen.

Facciata sud-ovest del Planetario di San Giovanni in Persiceto. I quattro piccoli orologi solari posti ai lati segnano il tempo in quattro modi diversi, tra cui ore francesi e ore italiane.

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